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L’angolo del meccanico Intervista a Pietro Algeri

Le storie dei meccanici del Servizio di Assistenza Neutrale Shimano. Intervista a: Pietro Algeri

Racconti dal #Giro101

Pietro Algeri è un noto personaggio della storia del ciclismo italiano. E’ cresciuto nel ciclismo, ci ha lavorato, ci ha sofferto e vissuto. Da giovane come corridore, poi come direttore sportivo e oggi come componente illustre del Team di Assistenza Neutrale Shimano. E’ un uomo che ama il ciclismo, sport per cui ha sempre avuto una passione incondizionata. E proprio per questo ama raccontare di ciclismo, il carburante che ha alimentato tutta la sua vita. Ne racconta come farebbe un nonno con i nipoti, con parole semplici, ma intrinseco di passione. L’abbiamo incontrato al Giro d’Italia e ci siamo fatti raccontare un pò di lui...

Alcuni numeri per presentarvi il personaggio. Pietro è stato corridore porfessionista dal 1974 fino al 1982. Da dilettante è stato campione mondiale nell'inseguimento a squadre nel 1971 (con Bazzan-Borgognoni-Morbiato), specialità ed anno in cui fu anche Campione Italiano. Nel 1972 prese parte alle Olimpiadi di Monaco nell'inseguimento a squadre. E’ stato Campione Italiano Inseguimento nel 1975 e Campione Italiano Mezzofondo nel 1977 e 1979.  Terminata l'attività agonistica è diventato direttore sportivo: dal 1982 alla guida della Del Tongo-Colnago, nel 1991 alla Colnago-Lampre quindi alla Lampre-Polti, Lampre-Panaria, alla Mapei-GB e dal 1999 alla Lampre-Daikin. Dal 2009 è driver in corsa.

Questo è il suo 38° Giro d’Italia. Avete capito bene... 38 Giri d’Italia: 4 come corridore, 26 come direttore e 8 con il Servizio Corse. Ciò significa che ha visto 798 tappe, perdendone solo un paio per motivi familiari.

Ecco la passione, la passione che sta anche in questi numeri. Pietro ci confida però che dietro questo grande amore, che addirittura paragona a una droga, a una dipendenza, c’è anche tanta consapevolezza sui limiti del mestiere. Nonostante i tanti anni di esperienza, bisogna rimanere sempre con i piedi per terra: “si sbaglia sempre quando si è troppo sicuri...”

E’ uomo d’esperienza, una persona calma, riflessiva, dal volto buono e i tratti gentili.

Quando hai iniziato ad andare in bici?

“Quando avevo 13 anni lavoravo in un negozio di tessuti che distava circa 10km da casa mia e avevo la bici come unico mezzo di trasporto. Facevo avanti e indietro dal negozio 4 volte al giorno, ma mi divertivo tantissimo. Sono stato visto dal direttore della squadra ciclistica del mio paese che mi ha subito chiesto di correre con loro. Ho iniziato nel 1966 negli esordienti nella squadra GS Torre de Roveri; ho continuato poi come allievo e nel 1969 ho fatto i miei primi Campionati del Mondo...”

Pietro ci confessa che il ciclismo non è stato però il primo sport a cui si è approcciato. Inizialmente voleva fare pugilato, ma durante la sua prima lezione prese un pugno sul naso... così forte che decise di non proseguire, anche su consiglio dell’istruttore...

Qual è stato il periodo più spensierato della tua vita ciclistica?


“Quando correvo le Sei Giorni, senza dubbio!”

La Sei Giorni è una competizione di ciclismo su pista articolata su diverse prove che si svolgono nell'arco di sei giorni di gara. Pietro le correva quasi tutte; viaggiava tutto l’anno tra l’Europa e l’America. Ai tempi in cui correva erano pochi gli italiani, e lui era uno di questi, e vinceva. “La mia palestra ideale era il Vigorelli”, e tanti altri velodromi più famosi: “Ero un inseguitore, ma facevo anche la gare dietro derny”.

La vita al tempo era frenetica, spensierata e stimolante. Durante il #Giro101 ci racconta diversi episodi vissuti in questo periodo della sua vita. A 31 anni decise però che la vita vagabonda, a cui era costretto per partecipare a questo genere di competizioni, non faceva più per lui; abbandonò le corse in pista e si dedicò interamente alla famiglia e alle corse su strada.

Com’è cambiato il Giro negli ultimi anni?

“Il Giro è una festa”, esordisce Pietro. Ma non è sempre stato così. Anni fa era il Tour de France ad essere la vera festa del ciclismo. Oggi invece anche il Bel Paese addobba le sue strade per il passaggio del Giro. Le strade, le case, i bar e i negozi si colorano di rosa, tappezzate. E chi non ha palloncini o festoni, appende fuori dalla propria porta anche solo una maglietta o degli indumenti rosa. Il pubblico è caloroso e rumoroso. Tutti scendono in strada: scuole, aziende, pensionati.

“Le strade in Italia vengono chiuse solo per il passaggio del Papa, dei Presidenti e del Giro...”
E così effettivamente è, come dare torto a Pietro! Il pubblico c’è, ed è anche molto giovane.

A questo punto Pietro fa un piccolo excursus sui giovani e il ciclismo: “Come i giovani sono il futuro della nostra società, così lo sono le bici per la mobilità. Sono contento di vedere che sempre più ragazzi si appassionano al ciclismo; questo per me è fonte di speranza, ed è anche per tale motivo che insegno ai miei nipoti ad andare in bicicletta e ad amarla...”

Ma tornando al Giro...

“Quanti ricordi legati al Giro!”,
dice Pietro ogni mattina quando ci sediamo in macchina insieme.

Nel 1979 Pietro fu il primo corridore ad arrivare in Piazza San Marco a Venezia in bici. Alla cronometro Mestre-Venezia era infatti partito per secondo, essendo penultimo in classifica generale. Dopo aver raggiunto e preso il corridore partito davanti a lui, Pietro attraversò con grande gioia Piazza San Marco. “Quell’anno ricordo che il Giro lo vinse Moser...”

Quanti Giri d’Italia hai vinto come direttore sportivo?

“Da direttore sportivo ho vinto 3 Giri d’Italia: con Saronni nel 1983, con Tonkov nel 1996 e con Simoni nel 2001...”

Pietro ha ottenuto eccellenti risultati al Giro d’Italia come direttore:
- 5 secondi posti: due volte con Tonkov, una con Saronni, una con Giupponi e una con Simoni
- 2 terzi posti: uno con Simoni e uno con Tonkov.

Quali sono gli episodi indimenticabili del Giro? Cosa non dimenticherai mai?

“Non dimenticherò mai la tappa più dura, quella del Gavia nel 1988...”

Pietro ci racconta che erano i primi giorni di Giugno. C’era nebbia e neve, la temperatura era sottozero. La tappa superava i 2600 m di altezza (più in alto rispetto al Colle delle Finestre di quest’anno). Faceva talmente freddo che i corridori avevano interi arti congelati. Il pubblico e chi c’era in macchina a seguire la corsa si svestiva per dare i propri indumenti agli atleti. Pietro, da direttore, aveva Chioccioli in maglia rosa, voleva vincere. Ma a causa del freddo e del congelamento che hanno persistito nei giorni successivi, Chioccioli conquistò il quinto posto.

“Cosa ricordo ancora? La Cadutissima al Giro del 1984...”

Pietro ci mostra dal suo telefonino la foto scattata da Sergio Penazzo nel 1984.

Ci racconta di aver visto più di 30 corridori a terra, ammassati l’uno sull’altro, molti dei quali finiti in un fosso a bordo strada. Cos’era successo? Vi era un elicottero che volava a bassa quota, il cui rumore era assordante, anche per chi, come Pietro, si trovava in macchina. Il rumore ha fatto sì che i ciclisti non sentissero i freni e le cadute di chi si trovava davanti, non riuscendo così ad evitare La Cadutissima.

Conservi altri ricordi che ti sovvengono durante questo #Giro101?

La tappa di quest’anno Abbiategrasso-Prato Nevoso ricorda a Pietro la tappa di Prato Nevoso del 1996, “anno in cui il mio corridore Tonkov ha vinto il Giro d’Italia...”, così ci racconta Pietro, sorridendo.

Pietro ci confessa di aver già fatto una tappa sul Colle delle Finestre. Non si ricorda l’anno esatto, ma aveva nella sua squadra Gilberto Simoni. Si ricorda di aver fatto un sopralluogo prima della gara e ci dice di essere rimasto impressionato dalle condizioni delle strade: strette, sporche, sterrate e piene di fango. Ciò che più l’ha colpito è il pubblico del Colle delle Finestre. Le persone si posizionavano in cima al monte, lungo la strada e da lontano sembravano essere indiani pronti ad attaccare...

Proprio come allora, Pietro scatta una foto di quest’immagine suggestiva.

Ti ricordi la tua prima esperienza in ammiraglia?

Come dimenticare la prima esperienza da direttore sportivo!

“Era il 27 luglio, trofeo Matteotti. In corsa con la Del Tongo Colnago di Giuseppe Saronni. Una giornata particolare, che né io, né i corridori di allora si dimenticano: perché io stavo prendendo il posto del povero Carletto Chiappano. Era la prima corsa dopo il tragico incidente che gli costò la vita…”

Qual è stato il Giro che non dimenticherai mai?

Giro d'Italia 1978. Sono arrivato novantesimo, e ultimo, a tre ore, trenta minuti e due secondi dal primo. "Guardavo la cartina, controllavo l'altimetria, studiavo i premi. E fissavo un obiettivo per rendere meno lunga la corsa, meno dura la vita. Aiutare i compagni, andare in fuga, rimanere in gruppo, tentare la volata. Spesso, vincere un traguardo volante. Sempre, arrivare entro il tempo massimo... Non dimenticherò mai la mia Maglia Nera", dice Pietro sorridendo.

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